1 Gennaio 1973, il Regno Unito entrava nel Mercato Comune Europeo. Vediamo come ci e’ entrato

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Sir Ewen Fergusson, rappresentante del Regno Unito presso la Comunita’ Europea presenta le credenziali ad André Dubois, Direttore e Segretario Generale del Consiglio.

Era il 1 gennaio 1973.

Ma come ci e’ entrato?

Ecco come
(tratto da geocities.ws)

1961
Quattro anni dopo i Trattati di Roma, sottoscritti dai Sei paesi fondatori della Comunità Europea, la Gran Bretagna –sotto il governo del Conservatore Harold Macmillan– chiede ufficialmente l’ingresso nel Mercato Comune assieme alla Danimarca e all’Irlanda, seguite nel 1962 dalla Norvegia.
1963
I negoziati vengono interrotti dopo che de Gaulle mente in dubbio (14 gennaio) la volontà del Regno Unito di entrare davvero nella Comunità. Nel Regno Unito Macmillan, in crescente difficoltà soprattutto in conseguenza dello Scandalo Profumo, si dimette e gli succede Sir Alec Douglas-Home (pure conservatore).

1967
I quattro canditati Regno Unito (sotto il governo del Laburista Harold Wilson), Danimarca, Irlanda e Norvegia chiedono una seconda volta l’ingresso nel Mercato comune. Ma la Francia rifiuta il permesso ai negoziati.

1969
I quattro candidati tornano a chiedere l’ingresso nella CEE. La Francia di Pompidou (succeduto a de Gaulle) non pone più ostacoli. Iniziano i negoziati che dureranno oltre tre anni. Nel Regno Unito sono al governo i laburisti di Harold Wilson

1973
I negoziati hanno successo. Col 1° gennaio, Regno Unito, Danimarca e Irlanda sono membri effettivi della CEE. Invece la Norvegia ha ritirato la domanda a seguito del prevalere dei NO nell’apposito referendum. Al governo del Regno Unito stanno ora i conservatori e Primo Ministro è Edward Heath.

1975
Nel primo ed unico referendum popolare di tutta la storia del Regno Unito, sotto il governo laburista di Harold Wilson, è chiesto ai cittadini britannici se sono favorevoli o meno alla partecipazione alla CEE con il quesito: «Do you think that the United Kingdom should stay in the European Community (the Common Market)?». Vince il SI’ con circa il 70% dei voti.

Favorevoli e contrari: una divisione da sempre insita in entrambe le parti.
Il dibattito in Gran Bretagna sulla convenienza di partecipare o meno alla Comunità Economica Europea è iniziato vivacemente sin dai tempi dei Trattati di Roma (1957).

E’ in quest’anno che nascono dentro ai due grandi partiti (il Tory dei Conservatives e il Labour party socialista non marxista) le prime correnti decisamente schierate contro l’adesione alla CEE, preoccupate del fatto che tanto il governo in carica (dei Conservatori) quanto la leadership dell’opposizione (il governo ombra) possano avere simpatie per il processo di integrazione in atto nel continente.

L’opposizione all’ingresso del Regno Unito nella Comunità Europea ha sempre il carattere della conservazione anche quando viene da correnti del Labour Party e della nostalgia per l’insularità britannica. Il suo cavallo di battaglia è sempre quello della difesa della assoluta sovranità della Gran Bretagna.

La corrente favorevole all’integrazione politica è in ogni tempo estremamente esigua, mentre quella favorevole alla sola integrazione economica basata su metodi intergovernativi è stata e rimane prevalente.

In realtà, però, all’interno di essa si celano anche le simpatie per l’integrazione politica. Ma l’opinione pubblica è talmente posseduta dal viscerale attaccamento alla sovranità che per motivi di elettorali molto pratici tutti i leader favorevoli all’Europa non fanno che ripetere solenni rassicurazioni sul fatto che la sovranità britannica non verrà lesa in alcun modo.

Per esempio, persino la rinuncia alla sterlina è presentata dal governo come perdita di sovranità! Nel febbraio scorso, l’allora ministro degli esteri Robin Cook, annunciando l’intenzione del governo di entrare nell’euro zone entro il 2003, ha aggiunto che in tale prospettiva egli vedeva un miglioramento economico generale (occupazione, esportazioni, prosperità) ed una maggiore capacità di salvaguardare la sovranità britannica nel mondo. Ovviamente tali affermazioni sono puntualmente riprese dagli euroscettici per segnalarne (giustamente!) la contraddittorietà.

E’ un fatto che da quando il governo di Macmillan incominciò per primo a pensare all’adesione britannica all’Europa comunitaria (1959), nessun governo (sia laburista che conservatore) ha mai nascosto il proprio favore per l’adesione.

Margaret Thatcher, ad esempio, all’indomani del suo primo grande successo elettorale dichiarò che questo era dovuto al fatto di aver “scelto l’Europa”.

Ma è anche un fatto che ogni volta che il governo si muove complessivamente in favore dell’Europa deve affrontare la fronda all’interno del suo partito e del governo stesso.

A tale riguardo sono rimaste celebri le dimissioni di Sir Teddy Taylor da ministro del governo Heath non appena seppe la decisione di sottoscrivere i Trattati di Roma (1972). e il conseguente suo voto contrario in parlamento.

Anche tra i collaboratori di Blair le posizioni non sembrano essere concordi se lo stesso Cook, entro il menzionato annuncio di prossima adesione all’euro, diceva diplomaticamente che “il gruppo dei favorevoli alla moneta unica all’interno del gabinetto sta crescendo”.

Diversificato è l’atteggiamento degli ex Primi Ministri una volta dismessa tale funzione.

Sono note, per esempio, le attuali simpatie della Thatcher addirittura per la rinegoziazione dei rapporti tra Regno Unito ed Unione Europea, (compresa l’uscita dall’UE in caso di non soddisfazione britannica), oltre la sua incondizionata avversione alla moneta unica.

Viceversa, il suo successore John Major, polemizzando nel 1996 con quanti lo accusavano di essere stato accondiscendente alla politica dei partner continentali, dichiarava:

«L’idea che se fossimo fuori dell’UE potremmo in in qualche modo diventare un porto franco ai margini dell’Europa con tutti i benefici di quel vitale mercato di 370 milioni di persone – mentre altri fissano le regole senza alcun riguardo ai nostri interessi nazionali– è quella del paese delle fiabe». [“… is cloud cuckoo land”].

In un confronto con un gruppo di euroscettici, Edward Heath (primo ministro all’epoca dell’ingresso nella CEE del Regno Unito), davanti alla subdola domanda se nel 1973 egli avesse ben valutato il significato di “promuovere relazioni più strette tra gli stati che partecipano”, riconobbe che il suo pensiero di allora era che, in futuro, sarebbe stato inevitabile il passo dalla integrazione economica a quella politica.

L’euroscetticismo britannico, pur non essendo affatto cresciuto numericamente col passare degli anni, è diventato sempre più agguerrito. Tutt’ora si sforza (con argomentazioni spesso sofistiche) di mostrare che la convenienza economica a restar fuori dalla moneta unica (o addirittura –come gli interlocutori di Major– fuori dell’UE): ma ha focalizzato benissimo gli aspetti della sovranità nei quali questa è già stata intaccata –la prevalenza del diritto comunitario su quello nazionale e l’obbligo di adeguare la legislazione alle direttive emanate da Bruxelles– e quelli in cui sarebbe sicuramente perduta in caso di partecipazione completa –la sovranità monetaria.

Attualmente si contano una cinquantina di sigle di altrettante organizzazioni politiche euro-scettiche o anti-europee.
Esse si possano suddividere in tre categorie corrispondenti a tre rispettivi livelli di avversione all’Unione Europea.

La posizione più radicale (ma minoritaria) è quella di coloro che chiedono l’uscita del Regno Unito dall’UE. Costoro arrivano a suggerire l’idea che, semmai, piuttosto di una integrazione con i Paesi europei, conviene stringere le relazioni con gli USA con i quali -secondo le loro tesi– il Regno Unito ha in comune molto di più che con i Paesi del suo continente e dai quali avrebbe molto meno da temere.

Il secondo livello è quello di chi vorrebbe rinegoziare l’appartenenza dell’UK all’UE per recedere da tutto ciò che ha già intaccato la sovranità britannica e per garantirla in futuro senza ombra di dubbio.

Il terzo livello –il più diffuso– è quello della semplice astensione dalla zona-euro.
Fra le organizzazioni su quest’ultima posizione ve ne sono alcune che, in aperta polemica con quelle dei primi due livelli, esordiscono professandosi pro Europe e di voler solo combattere la rinuncia alla moneta nazionale e proseguono accusando genericamente le organizzazioni che si dicono semplicemente euroscettiche di avere in realtà come recondito obiettivo quello di far uscire il Regno Unito dall’Unione Europea.

Benché le organizzazioni euroscettiche accusino i governi di esercitare espressamente una pressione sugli elettori in favore dell’Europa, non mancano le organizzazioni non governative che approvano la partecipazione dell’UK all’UE e auspicano l’ingresso britannico nella terza fase dell’UEM il più presto possibile.

Le tesi dei sostenitori della UE e dell’UEM –specie quelli di area liberal-democratica– si basano su analisi economiche lucide e rigorose: ma proprio per questo sembrano incidere meno sul sentire comune del richiamo nazionalista insito nelle argomentazioni degli euroscettici.

Per riassumere questo paragrafo, l’ingresso del Regno Unito. nella CEE, lungi dal risolvere definitivamente la posizione britannica in merito all’integrazione europea, ha alimentato un dibattito ed una contrapposizione transpartisan divenuti ormai cronici e quasi strutturali nella vita politica del paese.

Il peso d’una storia politica diversa
Nel dibattito nazionale pro o contra l’adesione all’integrazione europea (dibattito ormai pluridecennale) ha grande rilevanza la particolarità delle istituzioni britanniche, sostanzialmente diverse da quelle del continente.

Le democrazie europee del continente sono seguite alle rivoluzioni americana e francese, si basano su un preciso ed unico testo progettato … a tavolino (la Costituzione appunto) e il loro avvento corrisponde di solito ad un brusco cambiamento di regime.
In tutte è la Carta Costituzionale che definisce precisamente quali sono gli organi dello Stato, quali le loro competenze e quali le regole per modificare gli stessi vincoli costituzionali.

La democrazia britannica, invece, è il prodotto d’una lenta, continua e secolare evoluzione che affonda le radici fin nel Medio evo.
La stessa costituzione britannica –come suggerisce l’etimologia della parola, (che, in senso proprio, denota un collettivo di statuti e non già un testo unitario), è la stratificazione di innumerevoli decreti con i quali chi ha detenuto in passato il potere ha accordato progressivamente libertà e diritti o imposto restrizioni e doveri ai vari soggetti dello Stato.

In sostanza, la democrazia britannica è divenuta tale prendendo le mosse dal privilegio accordato ai ceti nobiliari di partecipare alle decisioni governative tramite loro rappresentanti.
Ciò spiega, da una parte, la superiorità –indiscussa nell’opinione pubblica– della democrazia rappresentativa su ogni forma di democrazia diretta; e dall’altra la difficoltà psicologica per i britannici di distinguere una vera Costituzione europea (quale noi la intendiamo) da un insieme di patti intergovernativi senza termine (quali sono già quelli dei membri dell’UE).

Per un britannico, la massima espressione della sovranità popolare non è nel referendum, (come invece nei paesi scandinavi, in Irlanda e –ancor più– in Svizzera), ma nelle elezioni politiche.
Tant’è che l’unico referendum della secolare storia del Regno Unito è quello sulla sua partecipazione alla CEE del 1975; ed è pacifico che ogni eventuale referendum è puramente consultivo e giammai decisionale (sia che avvenga su istanza di abrogare che su istanza di varare).

E’ il governo stesso a decidere se di indire o no un referendum (su propria o altrui istanza). L’esito del referendum non limita affatto l’arbitrio decisionale del governo, ma sarà ovviamente un chiaro elemento da considerare in vista della prossima tornata elettorale.

Della difficoltà di promuovere azioni politiche dal di fuori del parlamento si resero conto alcuni euroscettici che fin dal 1975 pensarono di fondare un “Partito per il referendum”.

Il referendum del 1975 è stato voluto dal governo labourista per recuperare popolarità presso il tradizionale proprio elettorato a fronte del fatto di continuare una politica che era stata varata da un governo conservatore. Tuttavia è stato usato dallo stesso governo come soddisfazione della richiesta di referendum da parte di una fronda di conservatori contrari alla CEE: gli stessi che progettavano la fondazione del “Partito per il referendum”.

Questo partito è nato finalmente nel novembre del 1994 grazie alla decisa volontà del multi-milionario Sir James Goldsmith (che ha investito nell’operazione una somma enorme) col preciso scopo di giungere ad un “fair referendum” sul rimanere o meno dell’U.K. in UE, sostenendo che, in merito alla sovranità, col Trattato di Maastricht il Regno Unito ha concesso troppo all’UE.

Con l’attributo “fair“, il Referendum Party intende che ai votanti sia consentito di esprimersi sul vero testo nella sua ampiezza, e non sia invece concesso uno“pseudo-referendum che restringe la questione a domande tecniche”.

Il partito è nato dunque con lo scopo di chiedere un preciso tipo di referendum e nella convinzione che la probabilità di successo della richiesta sia ben maggiore se fatta dai banchi parlamentari. Ma il sistema maggioritario inglese ha frustrato le intenzioni del partito che in due elezioni non ha ottenuto alcun seggio.

Infine, nel dibattito sulla questione europea si fa strada anche la supposizione che per ovviare alla scarsità dell’europeismo a livello popolare, il governo britannico debba chiedere all’UE condizioni di privilegio che consentano una qualche leadership della Gran Bretagna sui partner dell’Unione.

Queste considerazioni aiutano a comprendere anche la condotta britannica in seno al Consiglio dei Ministri ed al Consiglio Europeo.

Memorabili a tale proposito sono le posizioni intransigenti della Thatcher in sede di stipulazione dell’Atto Unico Europeo (quello che affossò il Trattato di Unione elaborato dal Parlamento Europeo, dicembre 1985) ed in preparazione dell’Unione Monetaria (durante la quale, proprio per l’isolamento indotto dall’eccessiva intransigenza, fu sfiduciata dalla sua stessa maggioranza e sostituita con John Major); nonché la pretesa del “giusto ritorno”, ossia che l’ammontare dei fondi di investimento a favore del Regno Unito non fosse inferiore della quota parte britannica al bilancio degli stessi).

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